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martedì 3 ottobre 2023

IN PIEDI PER IL KIDDUSH E LO SHOFAR E IN VIA MICALI PER IL TASHLICH,note sul minhag (rito,uso,livornese).

 

IN PIEDI PER IL KIDDUSH E LO SHOFAR E IN VIA MICALI PER IL TASHLICH,note sul minhag (rito,uso,livornese).

E' nota la barzelletta del nuovo Rabbino della Comunità che,vedendo alcuni alzarsi ed alcuni no durante un passaggio della preghiera, cerca il più anziano membro per chiedere quale fosse l'uso originario , ricevendo,come risposta,che l'uso è quello : alcuni si alzano,alcuni rimangono seduti...

Umorismo a parte, così non dovrebbe essere e si dovrebbe quindi seguire, nei momenti comunitari,il rito del luogo.

Sull'importanza del rito (minhag) nell'ebraismo e il perchè,venendo ad una ventennale discussione livornese che non ha senso (essendo l'uso chiaro), sia doveroso rispettarlo,seguono alcune note che,ovviamente, non hanno velleità di essere esaustive.

E Livorno ha un grande minhag (rito) cresciuto con eminenti Maestri.


IL KIDDUSH DEL SABATO MATTINA, LE SUONATE DELLO SHOFAR,IL TASHLICH E L'IMPORTANZA DI RISPETTARE IL MINHAG (USO) DEL LUOGO . DALL'ARCHIVIO UN INTERVENTO LIVORNESE DEL 2013, SEMPRE ATTUALE.
"Sull'importanza dei Minaghim (riti) giunge da Londra un contributo livornese, opera del Dr. Raffaele Misul che ringrazio. Autore del libro “Baer Emet”, ha compiuto studi di Talmud,etica ed Halachà a Torino ed in Yeshivot a New York,Vienna e Gerusalemme.E' consigliere della congregazione ebraica ortodossa londinese alla quale appartiene.Prendendo spunto da esempi,in parte risolti, vissuti a Livorno,pone l'importanza di un concetto generale,ovvero l'estrema accortezza che occorre, unitamente a grande rispetto,nel rapportarsi con i minaghim, appunti gli usi generalmente consolidatisi nei secoli attraverso generazioni di Maestri.Shanà tovà!
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Il Minhag
Il verso 14 del capitolo 19 del Libro di Devarim recita:”Tu non devi modificare i confini del tuo vicino, furono stabiliti dagli antenati...”
Se la prima parte del verso, il divieto di alterare i confini della proprietà a danno del vicino, e' molto chiara, la seconda parte rimane un poco oscura. Tutti i commentatori antichi e moderni si trovano in difficoltà ad identificare “i tuoi antenati”. Inoltre risulta difficile comprendere quale sia l'importanza di chi ha stabilito i “confini”.
Se da una parte alcuni ritengono che gli antenati siano i Cananei, dall'altra il Talmud commenta questo versetto in un contesto completamente differente. Il campo del versetto rappresenta in realtà il Minhag ed il divieto a spostarne i confini rappresenta il divieto a modificarlo.
Il trattato di Pesachim alle pagine 50 e seguenti, abbandonato l'argomento principale della festa di Pesach, affronta l'importanza del Minhag, il costume, l'uso locale. Senza mezza termini la Mishna e poi la Ghemara condannano chi modifica il Minhag essenzialmente per due motivi: alterare il costume risulta sempre causa di errori e conduce sempre al conflitto, alla discussione. E quando non ci sono fratellanza ed unita', la Schehina (la Presenza Divina) non si manifesta: “E partirono da Refidim e giunsero nel deserto del Sinai, e si accamparono nel deserto. Si accampò lì Israele di fronte al Monte" Esodo 19, 1-2. Rashi (rabbi Shlomo Yitzchaki 1040-1105) nota subito che la forma verbale passa dal plurale al singolare a testimoniare che il dono delle Tavole della Legge poteva verificarsi solo con l'unita' del Popolo. Basta infatti aprire uno qualsiasi dei libri del Maharal di Praga (rabbi Judah Loew ben Bezalel 1520-1609) per capire l'importanza della questione. Da gran matematico che era, il Maharal spiega molto chiaramente che essendo l'E-erno uno ed unico, solo imitando la Sua essenza e' possibile avvicinarsi a Lui. Forse per questo, il Rabbenu Tam (rabbi Jacob ben Meir, (1100-1171) sosteneva che il Minhag (il costume) ed il Gheinom (l'Inferno) sono due parole che in Ebraico si scrivono esattamente con le stesse lettere perché chi va contro il costume (Minhag), si merita l'Inferno (Gheinom).
Molti sono i casi che possono essere presi ad esempio ma forse e' importante analizzare tre precetti lo Shofar, il Tashlich ed il Kiddush.
Shofar
Il Rambam (rabbi Mose ben Maimon 1135-1204) sosteneva che lo shofar serve a risvegliare chi dorme in un torpore spirituale e per tornare a D-o in penitenza. Rabbi Yaakov Yosef di Polnoye (1669-1781), uno dei discepoli del Baal Shem Tov, insegnava che le note dello Shofar “attizzano le scintille per la Redenzione Finale”. Il Rebbe Ben-Zion Rabinowicz (1935-) di Bialle spiega che “il suono dello Shofar suscita nel cuore di ogni Ebreo la volontà di abbattere le barriere che dividono lo stesso dal suo Creatore. Egli si presta a servirlo con totale sacrificio di sé. Proprio come Isaaco ha messo la sua vita in prima linea, al fine di compiere la volontà del suo Creatore, così dovrebbe essere il desiderio interiore di ogni Ebreo”. Con le parole dello Zohar “Lo shofar inferiore risveglia la shofar superiore ed il Santo, benedetto Egli sia, si alza dal trono del Giudizio e si siede sul suo trono di compassione". Le ultime dieci pagine del trattato Talmudico di Rosh haShana, trattano dello Shofar indicando quali siano le note, i precetti ed i simbolismi di questa particolarissima mizwa. Non e' il caso di scendere in particolari, ma e' necessario sottolineare che durante la preghiera, esistono due serie importanti di Teqiot (suonate). Quelle di Schachrit, chiamate “tekiot m'yushav”, le teqiot da seduti e quelle di Musaf chiamate “tekiot m’umad “ le teqiot in piedi. Mentre la prima serie può' anche essere ascoltata da seduti, bisogna necessariamente ascoltare la seconda serie in piedi. Ecco che qui si può applicare l'insegnamento del Talmud di Pesachim. Il costume universalmente accettato e' di ascoltare entrambe le serie in piedi per evitare di commettere inutile errori. E' quindi sbagliato e contro la halacha introdurre, a volte imponendo, l'uso si ascoltare la prima serie seduti perché si creano inutili dissapori e discussioni. Forse “sedute” ed “in piedi” non e' riferito a chi ascolta ma alle note stesse. La prima serie di note ha la caratteristica di essere un poco sottomessa perché dovrebbero servire a ridurre lo spazio interno del proprio Ego e a frantumare il proprio Yezter haRa (l'istinto negativo) in preparazione alla seconda serie fondamentale per la Teshuva (pentimento) necessaria durante il Rosh haShana. A chi volesse addurre motivazioni pseudo cabbalistiche riferendosi al Satan, non resta che consigliare di trasferirsi al fresco di una delle grotte di Qumran dove. conducendo una vita da asceta in completa solitudine, avrà la possibilità di seguire le usanze che vuole.
Tashlich
Tashlich (תשליך) è un rituale del primo giorno di Rosh Hashanah. Secondo un;idea "Tashlich" significa "mollare gli ormeggi" e simbolicamente si usa gettare via i peccati dell'anno precedente lanciando pezzi di pane o altro cibo in uno specchio d'acqua Proprio come l'acqua porta via i pezzetti di pane, cosi anche i peccati vengono dispersi.
Ci sono grandi divergenze di opinioni sul lanciare o meno qualcosa nell'acqua ma anche in questo caso vale l'insegnamento del Talmud di Pesahim. Chi ha avuto la fortuna di trascorrere il Rosh HaShana a Gerusalemme sa bene che l'uso e' di scendere al Mayan haShiloach, la sorgente della Città Vecchia dove non ci sono pesci come nel pozzo di via Micali. C'è' addirittura chi usa scoperchiare i canali che raccolgono le acque delle grondaie del Muro del Pianto e completare il rito nel cortile del Muro! L'uso Livornese di recarsi alla Yeshiva Marini e' perfettamente coerente con altri usi e degno di rispetto.
Il fosso di Livorno sembra molto più adatto a tirarci le teste di Modigliani o le teste di legno che al rito del Tashlich. E comunque ancora una volta abbiamo un esempio di come modificare un costume porta ad inutili divisioni e discussioni.
Kiddush
Il rebbe Yehuda Arie Alter di Gur (1847-1905) sosteneva che il mondo e' tridimensionale perché durante lo Shabbat santifichiamo la persona, lo spazio ed il tempo. Astenendosi dal compiere lavori manuali eleviamo la persona. Osservando il divieto di trasportare oggetti eleviamo lo spazio. Pronunciando il Kiddush eleviamo il tempo.
Il Kiddush del Venerdì sera rappresenta la nostra testimonianza che D-o ha creato il Cielo e la Terra, esattamente come descritto nel Libro della Genesi. Visto che al Bet Din, in Tribunale, bisogna dare le testimonianze stando in piedi, ecco spiegato come mai al Venerdì il kiddush va recitato in piedi. A Shabbat a pranzo, non c'e' questo bisogno e quindi il Kiddush può essere recitato anche seduti. Specialmente se si vuole osservare anche il precetto del kiddush bimqom seuda, il kiddush va recitato dove si intende consumare il pranzo (Ohr haChaim 271). L'uso di fare il kiddush del pranzo in piedi e' universalmente accettato e molto diffuso, probabilmente per non creare confusione ed indurre erroneamente chi non conosce la halacha a recitare il kidush del Venerdì seduti. Ancora una volta il Talmud di Pesachim e' applicabile: si deve conservare il costume per evitare errori e discussioni inutili."

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COME NASCE IL MINAGH?  Rav Alberto Sermoneta

https://www.comunitaebraicabologna.it/it/cultura/altri-temi/86-come-nasce-il-minhag?fbclid=IwAR3wsGDlnHTAE0505v9W_g8jpoEkdC5U-4GoURPiUqkBSieAkeZXMkcM-cs

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CAMBIARE UN USO SINAGOGALE?  Rav Alberto M. Somekh

https://morasha.it/cambiare-un-uso-sinagogale-per-compiacere-un-ricco-contribuente/?fbclid=IwAR1D84-1L3gj-YVNw8zmp1JvxKdSgswGKqCrALKffN3QHMoPl-WWeygIaHI 

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"NESSUN UOMO CAMBI MAI IL MINHAG..." Rav Alberto Sermoneta 

"Nel trattato talmudico di Bavà Metzià (B.M 86b) a nome di Rabbì Tarfon figlio di Chanilay troviamo detto:
Nessun uomo cambi mai il minhag, l'uso che vige presso un luogo o una comunità; riguardo a questo impariamo che Moshé nostro Maestro salì al cospetto di D-o, si adeguò rispettando l'uso dei Malakhim che non mangiano né bevono. Moshè infatti riporta al popolo le parole:
"per quaranta giorni e quaranta notti, sono stato sul Monte Sinai, pane non ho mangiato, acqua non ho bevuto" (Devarìm 9;18)
Così avviene per i Malakhim i quali non mangiano e non bevono ma per rispettare ed onorare l'ospitalità di Avraham - come viene raccontato nella parashà che leggeremo questo Shabbat - invece, mangiano e bevono secondo l'uso degli umani.
È questo un grande insegnamento della tradizione della Torà e anche rabbinica: nel raffrontarci con il prossimo abbiamo sempre il dovere di attenerci e rispettare rigorosamente gli usi del luogo dove ci troviamo e, soprattutto dove ci viene data ospitalità."
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UN DOCUMENTO DEL 2007 : IL PARERE IN FONDO,IN EBRAICO, DECISAMENTE FAVOREVOLE ALL'USO CORRENTE A LIVORNO,PROVENIENTE DAL SITO INTERNET DI HALACHA' (NORMATIVA EBRAICA) PATROCINATO DALL'ALLORA VIVENTE RABBINO OVADIA' YOSEF, CELEBRATISSIMO MAESTRO E RABBINO CAPO SEFARDITA D'ISRAELE)


SUL MINHAG LIVORNESE ,da un post Facebook di Gadi Polacco

Me Menukhot”, ovvero “Acque Tranquille” non è unicamente il titolo di un libro stampato a Livorno nel 1851 e di altri,ma è anche quello scelto, nel 2014, da Rav Avraham Dayan per una raccolta,da lui curata, dei minhaghim (usi) della Comunità Ebraica di Venezia.
Lodevole lavoro nel quale,nell’articolata prefazione dell’autore, si leggono annotazioni interessanti come,ad esempio, che “quasi in ogni città vi sono musiche ed usanze locali….sì che è quasi impossibile dire di una Comunità che è assolutamente identica ad un’altra, anche se distano non oltre una mezz’ora di viaggio o poco più” o anche che “la cosa più grande ed eccezionale che hanno i Veneziani è che tengono enormemente alle loro usanze specifiche, anche se forse non sanno il perché,il come,il quando e il dove sia nato tale uso e quale ne sia la fonte”.
Duole rilevare, riferendosi all’attaccamento, che altrettanto ormai sembri arduo dire degli ebrei livornesi.
Ovviamente, date le radici veneziane di famiglia,come uscì il libro me lo procurai e ritengo che sia molto utile anche per sfatare l’esagerata idea, spesso sentita, che il rito livornese e quello veneziano siano identici (molte similitudini vi sono al pari però di diversità).
La prima differenza è nella storia delle due Comunità,ed è evidente ad oggi : Venezia , con Roma la città del ghetto per antonomasia, ha Sinagoghe di vari riti mentre Livorno, la città “no ghetto” per antonomasia e della libertà di culto assicurata dalle Livornine, non ha mai avuto altro che un Tempio, mano a mano affiancato,ma in subordine, da Ieshivoth,sempre e solamente di rito spagnolo, quel rito che Rav Elio Toaff,zl, nei sui “Appunti di storia sul Siddur” così circoscrive : “altro Minag rappresentato in Italia è quello spagnolo prevalentemente nelle città marittime: Livorno, Venezia, Genova, Pisa, Napoli).
L’unicità del rito sefardita di declinazione spagnola (se si vuole “ispano-portoghese” come si legge,in riferimento ai “profughi” fondatori, al Tempio nella lapide del 1962) venne sempre e tenacemente difesa, negando anche a un piccolo nucleo ashkenazita (presente al pari di ebrei di rito italiano) di aprire un proprio luogo di preghiera (si vedano i preziosi scritti storici del prof. Renzo Toaff,zl).
Interessante sarebbe aprire un’analisi circa il perché di questa rigidità, a mio modesto parere dovendosi contestualizzare storicamente il tutto, con relative e delicate esigenze di controllo.
Ma tornando a “Me Menukhot”, vi sono poi contenute varie attestazioni di Maestri italiani ed israeliani.
Coglie nel segno, sempre secondo la mia modesta opinione, Rav Israel Meir Lau (fino al 2003 Rabbino Capo ashkenazita d’Israele, tornando poi al ruolo di Rabbino Capo di Tel Aviv-Jaffa) quando scrive : “Nell’Ebraismo italiano si conservano molte usanze ed anche formulari di preghiera come si usava lì molti anni fa. I cambiamenti intercorsi nelle diaspore ebraiche da quando risplendette la luce del santo Arì, la cui memoria ci protegga, sono passati al di sopra dell’Ebraismo italiano (similmente ad alcune Comunità yemenite che non sono state influenzate da quanto avvenuto nel resto delle diaspore ebraiche), sicchè è cosa di particolare valore conservare le usanze dell’Ebraismo italiano per le generazioni future”.
Non manca anche un accenno alla “città portuale di Livorno” che “si è acquistata una fama imperitura grazie alle sue stamperie. Perciò bisogna approcciarsi con grande rispetto alle usanze dell’Ebraismo italiano, che hanno passato il crogiolo probatorio di quei Grandi d’Israele che vi sono passati” (un accenno viene fatto anche al Chidà,zl).
Sintomatico, salvo imperfezioni nel tradurre il suo pensiero, quanto invece scrive Il Rishon Lezion, ovvero il Rabbino Capo sefardita d’Israele, Rav Yitzchak Yosef , dopo aver elogiato la persona di Rav Dayan e il suo lavoro.
Infatti, ad un certo punto afferma: “Tuttavia ho visto che in alcune usanze ultimamente hanno preso ad usare secondo l’uso degli ashkenazim, e come il Rabbino Autore ha notato gli orientali non devono cambiare gli usi dei Padri antichi, ed è necessario investigare e ricercare ed usare secondo le usanze antiche degli orientali…”
Ripeto, si dovrebbe forse leggere il pensiero come in originale espresso ma, dal passaggio riportato, parrebbe di trovarsi dinanzi a quello che è un equivoco piuttosto diffuso, ovvero che i sefarditi siano unicamente gli “orientali” (“mizrachim”).
Sul sefarditismo livornese, per rimanere a noi,le sue origini, peculiarità ed originalità, invito a leggere (tra il tanto materiale disponibile) quanto scritto dal già citato Renzo Toaff,zl,oppure da Yosef Colombo,zl, figlio di Rav Samuele Colombo,zl (con l’occasione,il 26 Elul, ovvero il 12 settembre 2023 ,saranno 100 anni dalla dipartita terrena di questo nostro grande Maestro).
Il passaggio di Rav Yosef mi ricorda la granitica , indistruttibile, incredulità che tante volte ho trovato, specialmente in Israele, dinanzi al dichiararmi italiano sefardita, ricevendo in genere risposte del tipo “impossibile….così bianco…”.
Peraltro, è anche assai arduo definire come un unico ceppo il sefarditismo orientale, visto che si parla di minhag tunisino,marocchino,ecc.
Il nostro minhag è quello della sintesi di Rav Elio Toaff, codificato in gran parte in testi come la Tefillà Zakà di Rav A. Castello,zl,indicata da Rav A.S.Toaff,zl,come il principale riferimento circa gli usi locali.
Vi è poi la memoria storica e la relativa catena della memoria storica, insieme a tanti scritti e libri, che può aiutarci a salvaguardare un rito sviluppatosi con l’apporto di Maestri noti e rispettati nel mondo.
Rimane un obbiettivo, se mai sarà possibile attuarlo, quello di tradurre quelle note e raccoglierle integrando quanto Rav Castello, vissuto in tempi nei quali molti usi erano noti a tutti ,non ha inserito.
Un minhag/rito da approcciare con grande rispetto, come ammonisce saggiamente Rav Lau.
(bozza aperta, suscettibile di variazioni)

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